Tributi e Cartelle Esattoriali

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La cartella di pagamento può essere annullata per usura?

Solitamente, quando si considerano tutti gli accessori connessi alla cartella, tra oneri di riscossione (pari al 4,65% o, se si paga dopo i 60 giorni dalla notifica, all’8%), sanzioni (in media del 30%), interessi di mora (ora al 4,88%) e spese di procedura, è facile raggiungere cifre superiori al 50% rispetto al debito originario. Le cose peggiorano poi quando si chiede la rateazione: in tal caso, nel giro di tre anni la cartella può quasi raddoppiare. E allora, viene facile richiamare il concetto di usura.

Più precisamente, l’usura scatta solo quando gli interessi superano la soglia consentita dalla legge, mentre si parla di anatocismo quando la percentuale è sotto l’usura ma è il metodo di calcolo degli interessi che porta a una lievitazione degli stessi (perché conteggiati non solo sul capitale ma anche sugli interessi precedentemente maturati).

La tematica merita certamente di essere approfondita. Procediamo allora con ordine e cerchiamo di capire se la cartella di pagamento può integrare gli estremi dell’usura.

Definizione

La cartella di pagamento è il mezzo con il quale l’Agente della Riscossione (che, per le imposte dello Stato è Agenzia Entrate Riscossione mentre per quelle locali possono anche essere società private) porta a conoscenza del contribuente il credito nei suoi confronti di una pubblica amministrazione. Questo credito è formalizzato in un atto detto “ruolo”. La cartella di pagamento equivale un po’ a una sentenza e a un precetto: è cioè un titolo esecutivo che dà un ultimo termine di 60 giorni al debitore per sanare la propria posizione.  A volte la cartella di pagamento non è necessaria: succede quando l’Agenzia delle Entrate emette un accertamento immediatamente esecutivo che è già esso stesso titolo per avviare l’esecuzione forzata. In tale ipotesi l’Agenzia Entrate Riscossione notifica solo una comunicazione informale, un avviso di “presa in carico” del credito ai fini della riscossione con cui preavvisa il contribuente che, a breve, potrebbe iniziare il pignoramento.

Chi si occupa della creazione delle cartelle di pagamento?</strong></span></h2> <h2><span style="font-size: 12pt;">Ti potrà sembrare ingiusto, ma a creare le cartelle di pagamento è proprio il creditore, o meglio il soggetto incaricato dal creditore di avviare le azioni esecutive: ossia l’Agente della riscossione. Quest’ultimo, prima di intraprendere un pignoramento, redige la cartella è la notifica al contribuente sulla base del debito che risulta nei propri archivi e de Competente ad emettere la cartella di pagamento è l’Agente della Riscossione nel cui ambito provinciale il destinatario ha il domicilio fiscale. Allo stesso soggetto si deve quindi rivolgere il contribuente per eventuali informazioni circa la propria posizione debitoria.

Affinché la formazione della cartella non dia luogo ad abusi, essa deve essere redatta secondo un modello predefinito dal Ministero dell’Economia e deve avere un contenuto minimo che consenta al contribuente di risalire al tipo di debito, all’annualità dello stesso e all’ente creditore. Inoltre la cartella deve riportare gli interessi applicati successivamente alla formazione del ruolo.

Tali interessi vanno indicati in modo trasparente, con esplicito riferimento alle percentuali e agli anni a cui si riferiscono. Molti giudici hanno annullato cartelle di pagamento che riportavano gli interessi già sommati al capitale, non consentendo al contribuente di comprendere come questi fossero stati calcolati.

 Come vengono calcolati gli interessi?

A decidere il calcolo degli interessi sulle cartelle esattoriali non è l’Agente per la riscossione ma la legge. In particolare si stabilisce che, per le imposte dovute a seguito di controllo automatico o formale della dichiarazione oppure a seguito di accertamento, si applicano, a partire dal giorno successivo a quello di scadenza dell’originario pagamento e fino alla data di consegna del ruolo all’AdR, gli interessi per ritardato pagamento al tasso del 4% annuo (interessi per ritardata iscrizione a ruolo).

Inoltre, se il contribuente non paga la cartella entro 60 giorni dalla sua notifica, a partire dal 61° giorno scattano i cosiddetti interessi di mora. Tanto maggiore è il ritardo, tanto superiori saranno tali interessi.

Gli interessi di mora vengono aggiornati periodicamente da un decreto ministeriale sulla base dell’aumento dell’inflazione. Ad esempio, dal 15 maggio 2017 gli interessi di mora sono pari al 3,5% mentre dal 15 maggio 2016 erano pari al 4,13%.

Gli interessi sono calcolati dalla data della notifica alla data in cui viene eseguito il pagamento per ogni giorno di ritardo secondo la seguente formula:

“imposte dovute x numero giorni di ritardo x tasso di interesse” diviso 365.

 Su quali somme vengono calcolati gli interessi di mora delle cartelle esattoriali?

Gli interessi di mora, dovuti in caso di mancato pagamento delle cartelle esattoriali, si calcolano solo sulle imposte evase e non sugli sanzioni e sugli interessi. Dunque, di anno in anno, i nuovi interessi non possono essere applicati anche a quelli già scaduti negli anni precedenti e non corrisposti ma sempre e unicamente solo sul capitale.

È proprio su questo aspetto che si giocano le principali contestazioni dei contribuenti e che di solito portano a vincere la causa contro Agenzia Entrate Riscossione. Tanto è vero che, sul punto, è scesa di recente la stessa Cassazione,con l’ordinanza n. 16553/2018,a dire che l’applicazione degli interessi è legittima soltanto sulla sorte capitale (cioè sulla somma addebitata a titolo di tributo) e non anche sulle sanzioni e sui precedenti interessi. E questo vale anche e soprattutto per le cartelle dilazionate. Prendiamo per esempio il caso di una cartella per omesso pagamento del bollo auto o dell’Irpef: l’eventuale rateizzazione potrà far maturare interessi solo sulla somma dovuta per i relativi tributi e non anche sulle sanzioni irrogate per omesso o tardivo versamento. Di tanto abbiamo parlato in Rateizzazione cartelle: no agli interessi sulle sanzioni.

Alla luce di ciò, forse, il termine corretto da usare per poter parlare di interessi sulle cartelle superiori al dovuto non è «usura» bensì «anatocismo» che è appunto il fenomeno – vietato dal codice civile – in base al quale gli interessi vengono considerati come base di calcolo per i successivi interessi.

 Annullamento della cartella di pagamento per usura

La Commissione tributaria di Salerno ha accolto il ricorso di un contribuente, sospendendo il pagamento della sua cartella esattoriale, emessa dall’Agenzia delle entrate. E ha disposto l’invio degli atti alla Procura della Repubblica per verificare se sanzioni e interessi applicati abbiano risvolto penale, vale a se superino la soglia stabilita dalla legge e configurino il reato di usura. A essere contestate sono, in particolare, le percentuali di mora sulle cartelle che avrebbero raggiunto il 9%, mentre il limite di legge sugli interessi è in un range tra il 6 e l’8%.

 

Hai messo da parte dei soldi contanti. Si tratta soprattutto di regali ricevuti in varie ricorrenze e di alcune vincite al gioco.

Ci sono anche i soldi derivanti da vendite beni e/o prestazioni che hai svolto senza emettere fattura.

Ora però vorresti goderti questi risparmi. Hai tanti desideri da soddisfare e, quando si tratta di spendere, di certo non ti manca la fantasia. Tuttavia, ti sorge un dubbio: posto che non vuoi che l’Agenzia delle Entrate si accorga di tali somme di denaro proprio dai futuri acquisti che andrai a fare. Così, per stare tranquillo e non rischiare grane con il fisco, ti chiedi: quali sono gli acquisti che insospettiscono il fisco?

Di ciò parleremo in questo articolo.

Tieni presente che una piccola evasione o un semplice indizio di evasione difficilmente fa scattare degli accertamenti. Ma è sempre utile ricordare che, quando c’è in mezzo il fisco, tutto può succedere.

L'immagine può contenere: una o più persone e occhiali

Nessuno vorrebbe avere problemi con il fisco: né chi ha commesso piccole evasioni, né chi ha la coscienza pulita ed è in regola con i conti. Ma talvolta i computer dell’Agenzia delle Entrate rilevano delle piccole incongruenze anche nella dichiarazione dei redditi di chi ha la coscienza pulita. Basta, infatti, una virgola messa male per scontare pene a volte molto salate. Ed è vero che, se il fisco quando deve «dare» si prende tutto il tempo che vuole, quando invece deve «prendere» è puntualissimo. Mica per niente si dice «Come sei fiscale!». Ecco perché, per non avere problemi con qualche funzionario assetato di scovare le evasioni e, magari, ricevere uno scatto di carriera o prendere qualche premio di produzione, è sempre bene sapere come evitare un accertamento fiscale e, soprattutto, quali sono le spese non soggette al controllo del fisco.

I beni al consumo più pericolosi

In questo articolo ci occuperemo degli «acquisti» fatti dal contribuente e, quindi, del modo migliore per evitare il cosiddetto «accertamento sintetico», quello cioè eseguito con il redditometro. Il redditometro è un sistema per verificare la compatibilità tra il reddito dichiarato dal contribuente e il suo tenore di vita. Se le spese complessivamente sostenute superano di almeno il 20% la dichiarazione dei redditi, tre sono le cose: o il contribuente ha ricevuto soldi in regalo (e di ciò deve darne prova), o li ha vinti al gioco (e anche in questo caso deve dimostrarlo) oppure li ha nascosti al fisco (soluzione automatica se manca qualsiasi prova contraria). Secondo la giurisprudenza della Cassazione e il decreto delle Finanze del 2015, esistono dei beni al consumo il cui acquisto fa accendere la spia rossa negli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Quali sono questi beni? La lista è lunghissima, anche se, all’atto pratico, solo alcuni di questi beni fanno davvero rischiare un accertamento fiscale: vale per le case, l’auto (anche d’epoca), i viaggi, i premi assicurativi, le rate del mutuo troppo alte.

 

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Non sono buone le notizie per i pensionati che hanno maturato debiti con l’Agenzia dell’Entrate per cartelle di pagamento non saldate. La novità è contenuta nella legge di bilancio 2018. Ad essere colpiti, però, non saranno tutti gli anziani, ma solo coloro che percepiscono importi superiori ad una certa cifra.

Significa, quindi, che secondo la nuova legge, ogni volta che la P. A. deve effettuare, in favore di un contribuente, a qualsiasi titolo, un pagamento di almeno 5mila euro, dovrà sospendere l’accredito  e interrogare l’Agente dell’Entrate per verificare se il beneficiario è debitore di somme (pari almeno a 5.000 euro) per l’omesso versamento di una o più cartelle di pagamento. L’Esattore ha 5 giorni di tempo per rispondere. Se pendono debiti, allora l’Agente della Riscossione ha 60 giorni di tempo per attivare la procedura di riscossione, notificando al debitore l’ordine di versare le somme dovute.

In concreto, a partire dal 1° gennaio 2018, saranno bloccati i pagamenti da parte dell’Inps di pensioni, di indennità di fine servizio o di fine rapporto, il cui importo netto superi i 5.000 euro per consentire all’Agenzia dell’Entrate di effettuare, su tali somme, prima che vengano accreditate, il dovuto pignoramento e riscuotere i crediti avanzati dalla pubblica amministrazione e non saldati.

l’Inps non può erogare l’assegno pensionistico finché non verifica la presenza di debiti, ma una volta accertato ciò, deve esse accantonata solo una parte della pensione pari a un quinto, sottraendo prima il minimo vitale, che è pari a una volta e mezzo l’assegno sociale, ossia pari a 672,10 euro (448,07 + 224,03 [che è la metà di 448,07]); difatti questo è il limite di pignoramento consentito su pensioni ed altre somme ad esse assimilate.

Facciamo un esempio per comprendere meglio: su una pensione di 5.200 euro si dovrà prima detrarre il minimo vitale (pari a 672,10 euro). Il risultato è pari a 4.527,90 euro ed è su questo che si applica il pignoramento che, come detto, è pari a un quinto (trattandosi di pensione superiore a 5.000 euro). Di conseguenza, la parte di pensione mensilmente pignorabile presso l’Inps è pari a 905,58 euro.

L’Inps quindi aggiorna la procedura alle novità contenute nella legge di bilancio che, come detto, ha esteso la verifica e il controllo sui debiti erariali a tutti coloro che hanno debiti superiori a 5mila euro dando più tempo (60 giorni e non solo 30) all’Agente della riscossione per attivare la procedura di pignoramento.

 

 

Cartelle dell’agente della riscossione che arrivano a distanza di 5, 8 o 10 anni (o anche più), per imposte e tasse sulla casa, sull’auto o sui redditi oppure per contributi previdenziali: come sapere se devono essere pagate o se, grazie al decorso del tempo, sono prescritte e quindi non sono più dovute?

In questo articolo cercheremo di fare chiarezza sui termini di prescrizione, diversi in base alla natura e tipologia del credito.

La prescrizione è, in poche parole, la sanzione per non aver esercitato un diritto nei termini. Un credito prescritto è un credito estinto.

Diversa dalla prescrizione è la decadenza, cioè la sanzione per non aver esercitato una determinata azione necessaria ad acquisire un diritto.

Prescrizione e decadenza cartelle 

In tema di riscossione tramite cartelle esattoriali (quelle cioè notificate dall’Agente della Riscossione), prescrizione e decadenza spesso vengono confuse. Vediamo allora come si traducono:

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