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Molto spesso, quando si sente parlare di pignoramento, si sente parlare anche del c.d. minimo vitale. Si tratta, in altri termini, di una somma che non può essere toccata in nessun modo dal creditore e che garantisce il soddisfacimento dei bisogni primari dell'individuo.

Pertanto, chi subisce il pignoramento del proprio stipendio tende subito a porsi queste domande: la tutela del minimo vitale è prevista per gli stipendi o solo per le pensioni? E ancora: quali limiti incontra il pignoramento dello stipendio?

Con riferimento alla prima domanda la risposta, purtroppo, è negativa. Infatti, il minimo vitale è previsto dalla legge solo ed esclusivamente per il pignoramento della pensione, mentre non interessa gli stipendi che, tuttavia, possono essere aggrediti nel rispetto di altri importanti limiti. Ma procediamo con ordine.

 

Il minimo vitale per le pensioni

Con esclusivo riferimento alle somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, l'articolo 545 c.p.c. prevede l'impignorabilità per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell'assegno sociale, aumentato della metà. Tale somma, per il 2018, è pari a 679,50 euro (453 euro + la metà).

Il pignoramento, quindi, può riguardare solo la parte eccedente tale ammontare, peraltro non per l'intero, ma nei limiti del quinto (1/5).

I limiti al pignoramento dello stipendio

Benché per lo stipendio non sia previsto il minimo vitale, i lavoratori possono comunque contare sulla limitazione del quinto dell'importo (totale) dello stipendio netto, oltre il quale il pignoramento non può estendersi.

Se quindi lo stipendio netto è pari a 1.000 euro, si potranno pignorare mensilmente solo 200 euro.

Inoltre, il pignoramento dello stipendio, per simultaneo concorso di cause diverse, non può estendersi oltre la metà del suo ammontare, mentre, se si tratta di crediti alimentari, le somme dovute da privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego possono essere pignorate nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o da un giudice da questi delegato.

Tali ulteriori limitazioni si applicano anche alle pensioni, ma sempre per la parte eccedente il minimo vitale.

Disparità tra lavoratore e pensionato: questione di legittimità costituzionale

Nel tempo si sono registrati veri e propri dubbi di legittimità costituzionale della norma sull’impignorabilità del minimo vitale della pensione, nella parte in cui non prevede il minimo vitale anche per la retribuzione.

Tale questione è stata sollevata dal Tribunale di Trento, secondo il quale la mancata estensione del minimo vitale alle retribuzioni violerebbe i principi costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza.

Più precisamente, secondo il giudice trentino, la disposizione che prevede il minimo vitale solo per le pensioni si pone in contrasto con gli artt. 1, 2, 3 e 36, della Costituzione: in relazione all’art. 1 della Carta costituzionale che afferma che la Repubblica è “fondata sul lavoro“, all’art. 2 che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, all’art. 3 che sancisce il principio di eguaglianza formale e sostanziale ed il principio di ragionevolezza, all’art. 36 che prevede che la retribuzione deve essere non solo commisurata alla quantità e qualità del lavoro prestato, ma anche che deve essere “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla famiglia una esistenza libera e dignitosa”.

Al cittadino lavoratore dovrebbe essere garantito che il frutto del suo lavoro, cioè il suo stipendio o salario, sia destinato almeno nei limiti del minimo indispensabile, al soddisfacimento delle esigenze primarie di sopravvivenza sue e della sua famiglia, diversamente ne risulterebbe violata sia la dignità del lavoro come fondamento stesso della Repubblica, sia il diritto al lavoro (in quanto lavorare può diventare economicamente non conveniente), che il diritto a che la retribuzione percepita sia in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla famiglia una esistenza libera a dignitosa”.

Pertanto, il principio di uguaglianza e di ragionevolezza risulta violato in relazione al diverso trattamento che riguarda il pensionato, il quale, non prestando più attività lavorativa riceve una tutela in favore della propria pensione (che può essere vista anche come una retribuzione differita) diversa e maggiore di quella che riceve un lavoratore attivo, che ha ancora più necessità di vedere tutelato un limite vitale di sopravvivenza, oltre il quale il suo stipendio non può essere assoggettato a pignoramento. Tale differenza, avuto riguardo ai cambiamenti intervenuti nel contesto normativo, nella giurisprudenza, nel tessuto sociale, nella economia, non appare più giustificata da alcun principio di ragionevolezza.

 

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