In quali casi ho diritto a una parte del TFR percepito dal mio ex coniuge 

 

Diritto dell’ex coniuge al TFR: le condizioni

Il diritto a una quota del TFR spetta al coniuge divorziato, ma non a quello separato.

La legge sul divorzio stabilisce che all’ex coniuge spetta una quota del TFR percepito dall’altro, solo se ricorrono le seguenti condizioni:

  • la coppia ha divorziato;
  • all’altro coniuge è stato riconosciuto l’assegno divorzile, percepito periodicamente e non accettato in un’unica soluzione;
  • l’altro coniuge non deve aver contratto nuove nozze;
  • il rapporto di lavoro in base al quale l’ex coniuge ha ottenuto il TFR deve essersi svolto prima del divorzio e non dopo.

Si tratta di una specie di ricompensa riconosciuta al coniuge per aver consentito all’altro di dedicarsi alla carriera.

Come ti ho già anticipato, lo stesso diritto non è riconosciuto in favore coniuge separato.

 

 

Un cliente dello studio Lazzari – Ripa mi ha recentemente posto la seguente questione:

Avvocato Lazzari, sono divorziato da alcuni anni e, dopo essermi trasferito a Tenerife, mi sono risposato. La mia ex moglie, che continua a risiedere in Italia, vive con un altro uomo e ha sempre lavorato in nero. Le verso il mantenimento sin dalla separazione, ma ora sono in pensione e vorrei togliermi questo peso. Cosa posso fare?

Innanzitutto, ho fatto presente al mio cliente che l’obbligo al versamento dell’assegno divorzile cessa in automatico solo in presenza di due circostanze, cioè:

- in caso di nuovo matrimonio del beneficiario dell’assegno: in tal caso, infatti, le nuove nozze comportano un trasferimento di tutti i diritti e i doveri coniugali (tra cui quello di assistenza economica e materiale del coniuge) sul nuovo partner;

– alla morte di uno degli ex coniugi: infatti, il diritto a ricevere l’assegno, come pure l’obbligo al versamento non si trasmettono in favore de gli eredi.

A parte queste specifiche ipotesi – da cui, ripeto, deriva l’automatica cessazione dell’obbligo al versamento dell’assegno senza che occorra neppure doversi rivolgere al giudice - la legge sul divorzio prevede che quando, dopo la sentenza del divorzio, si verifichino fatti nuovi che possono avere un’incidenza sulla situazione economica delle parti (si pensi ad es. alla perdita del posto di lavoro o al subentrare di una malattia invalidante), l’ex coniuge interessato (o entrambi) possono chiedere la modifica dell’assegno (intesa come aumento o riduzione) oppure la sua cessazione definitiva.

Tale domanda (di aumento o riduzione) può essere formulata quando ricorrano giustificati motivi, ossia cambiamenti RILEVANTI e DOCUMENTATI della situazione personale o patrimoniale dell’ex coniuge (o di entrambi), rispetto a quella esistente nel momento in cui il giudice ha riconosciuto il diritto all’assegno.

Quindi, con riferimento al caso specifico, la nuova convivenza dopo il divorzio, basta per eliminare l’assegno? 

Si, uno di questi “fatti nuovi” è certamente rappresentato dal fatto che il coniuge che riceve l’assegno abbia intrapreso una nuova convivenza.

Infatti, secondo la Cassazione, quando uno dei coniugi ha successivamente instaurato una convivenza di fatto, non solo questa fa venir meno il diritto all’assegno divorzile, ma esso non risorge nel caso in cui tale relazione venga a cessare.

Se, dunque per legge, solo il nuovo matrimonio è in grado di far cessare in automatico il diritto al mantenimento da parte del coniuge economicamente più debole, tuttavia la convivenza dell’ex rappresenta una circostanza in grado di far venir meno il diritto all’assegno.

Tale orientamento rappresenta, rispetto al passato, una posizione innovativa, in quanto prima veniva dato importanza all’eventuale cessazione della unione di fatto, quindi, comunque, il diritto all’assegno poteva rinascere una volta che l’ex coniuge beneficiario avesse provato la rottura della relazione.

Ora l’orientamento dei giudici è quello di dare un più giusto peso alla famiglia di fatto, indicandola in «una famiglia portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli».

Va sottolineato, però, che per i giudici queste importanti ripercussioni economiche possono avere effetto solo quando la convivenza intrapresa abbia carattere stabile e duraturo, così come avviene nella famiglia fondata sul matrimonio.

In altre parole oggi, così come già avviene in molti altri paesi europei (che, addirittura parificano matrimonio e convivenza), si ritiene che chi decide di intraprendere una relazione stabile si assuma anche i rischi della sua cessazione, secondo una scelta di coerenza; l’unione di fatto è, infatti, «espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, da parte del coniuge, eventualmente potenziata dalla nascita di figli».

Dunque, a poco rileva il fatto che l’ex coniuge sia disoccupato o che lo sia il suo nuovo partner; l’assegno di mantenimento (o di divorzio) cessa in ogni caso, in quanto è proprio il fatto di aver avviato una convivenza o, comunque, un rapporto stabile e basato sui presupposti di una tipica famiglia di fatto a far venir meno il dovere del mantenimento.

Il fatto poi che l’ex coniuge abbia un lavoro in nero è una circostanza che (se provata in giudizio) potrà rappresentare un motivo ulteriore per chiedere la revoca o quantomeno la riduzione dell’assegno.

Ciò detto, cerchiamo di capire cosa tutto questo può comportare nel caso del nostro cliente.

Innanzitutto, come si accennava in premessa, sono solo due i casi in cui l’obbligo al versamento dell’assegno cessa in automatico. In tutti gli altri casi, occorre che il coniuge interessato, con in mano le prove delle circostanze nuove che sostiene, si rivolga al giudice (con l’assistenza di un avvocato) per chiedere la modifica delle condizioni di divorzio, ed in particolare, la cancellazione dell'obbligo di mantenimento.

Ciò significa che non sarà possibile per il cliente interrompere in automatico il versamento dell’assegno, ma sarà necessario per lui avviare una procedura giudiziaria; in caso contrario egli potrebbe incorrere in serie conseguenze giudiziali, anche di tipo penale, per violazione degli obblighi di assistenza familiare.

In conclusione, il nostro cliente già da tempo (cioè da quando la ex moglie ha intrapreso la convivenza con altro compagno) avrebbe potuto chiedere la revoca dell’assegno di divorzio, provando che la relazione della donna col nuovo compagno aveva carattere stabile e duraturo. Non averlo fatto a suo tempo, tuttavia, non lo priva del diritto di farlo in questo momento.

Avv. Mario Lazzari

 

Separazione e divorzio internazionale: Applicazione del Regolamento U.E. Roma III (Regolamento U.E. 1259/2010)

 

Il 21 Giugno del 2012 è entrato in vigore il Regolamento U.E. Roma III (Regolamento U.E. 1259/10) che ha rivoluzionato la disciplina del divorzio internazionale per quanto riguarda la legge applicabile. Si può dire che ormai è aumentato radicalmente il numero di cittadini comunitari che circolano in Europa sia per motivi di lavoro che di studio. Inoltre, tanti cittadini extracomunitari vivono oggi all'interno dello spazio europeo e molto spesso circolano da un paese all'altro. Una delle conseguenze di questi fenomeni è stato l'aumento di matrimoni fra soggetti di diversa nazionalità. Conseguentemente, sono aumentate le separazioni ed i divorzi internazionali, dovendosi precisare che all'interno dell'Unione Europea sono vigenti regimi normativi piuttosto differenziati. Per questo, l'Unione Europea è diventata sensibile al problema per cui si è tentato di dare una normativa comunitaria uniforme, ma ciò non è stato possibile. Quindi, nel 2008 è stata promossa una cooperazione rafforzata che ha prodotto il Regolamento Roma III, che, preciso, è solamente applicabile agli Stati membri, come l'Italia, che vi hanno partecipato.

Il Regolamento è importante perché per la prima volta si può stabilire con un accordo scritto la legge applicabile alla separazione e al divorzio fra coniugi di diversa nazionalità, o fra soggetti della stessa nazionalità che vivono all'estero. L'accordo non solo serve a stabilire, prima del procedimento, quale sarà legge da applicare (legge dello Stato di residenza abituale dei coniugi, o legge dell'ultima residenza abituale dei coniugi, o legge di uno Stato di cui uno dei coniugi ha la nazionalità, o legge del foro), ma anche a chiarire aspetti economici od altri questioni relative alla causa. Addirittura, essendovi paesi che non prevedono la separazione, oppure la contemplano solo come un'opzione ulteriore, nel caso in cui il rapporto coniugale non sia irrimediabilmente compromesso, decidendo di applicare la legge di un paese in cui non viene regolato l'istituto della separazione, sarebbe ipoteticamente possibile, anche dinanzi ad un Tibunale italiano, introdurre immediatamente una procedura di divorzio senza dover passare da quella della separazione ed attendere i tre anni previsti dall'ordinamento italiano. Ciò è avvenuto in due recenti sentenze una del Tribunale di Firenze e l'altra del Tribunale di Parma.
Si aprono pertanto nuovi scenari che in futuro permetteranno probabilmente a cittadini italiani legati da vincoli matrimoniali con cittadini stranieri, o a cittadini italiani residenti all'estero, oppure a cittadini stranieri, anche extracomunitari ma residenti in Italia, di risolvere più facilmente ed in tempi più rapidi le problematiche connesse ad una separazione/divorzio internazionale, grazie ad un accordo di separazione e/o divorzio.


La Corte di Cassazione continua a fare applicazione del principio stabilito dalla sentenza 11504/2017 con cui la giurisprudenza di legittimità ha sancito l'abbandono del riferimento al "tenore di vita goduto in costanza di matrimonio" come parametro per il riconoscimento dell'assegno divorzile.

Nella recente ordinanza n. 23602/2017, la sesta sezione civile ha infatti accolto il ricorso di un uomo a carico del quale la Corte d'Appello aveva posto l'obbligo di versamento all'ex coniuge di un assegno divorzile di 200 euro mensili.

La Corte territoriale aveva giustificato il riconoscimento dell'assegno nei confronti dell'ex moglie in quanto costei, sebbene svolgesse un'attività lavorativa dipendente e le fosse stata assegnata la casa coniugale, non aveva redditi adeguati a conservare il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, tenuto conto del divario tra le retribuzioni delle parti e la necessità di riequilibrare le situazioni economiche degli ex coniugi. 

Nel ricorso in Cassazione, l'onerato evidenzia che la funzione dell'assegno divorzile, ai sensi dell'art. 5, comma 6, della legge 1 dicembre 1970, n. 898, è assistenziale e la sua ex era in possesso di mezzi e redditi che le avrebbero consentito di vivere un'esistenza autonoma e dignitosa essendo stata anche assunta a tempo indeterminato.

Un motivo fondato per la Suprema Corte, la quale rammenta che l'orientamento applicato dalla Corte di merito circa la verifica delle condizioni legali per attribuire l'assegno divorzile, è stato recentemente superato dalla giurisprudenza di legittimità.

 

Divorzio: niente assegno per il divario reddituale tra i coniugi rispetto alla costanza di matrimonio 

Secondo tale rinnovata interpretazione, richiesto l'assegno divorzile, il giudice del divorzio deve svolgere un giudizio distinto in due fasi: nella prima, deve verificare se la domanda dell'ex coniuge richiedente soddisfa le relative condizioni di legge (ossia la mancanza di mezzi adeguati o, comunque, l'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive).

Ciò non avviene, tuttavia, con riguardo ad un "tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio", ma con esclusivo riferimento all'indipendenza o autosufficienza economica dell'ex desunta da una serie di principali "indici" ossia: il possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri imposti e del costo della vita nel luogo di residenza dell'ex coniuge richiedente); la capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all'età, al sesso e al mercato del lavoro dipendente o autonomo); la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

L'onere di provare la non indipendenza o autosufficienza economica, precisa la sentenza, incombe sul richiedente medesimo, fermo il diritto all'eccezione ed alla prova contraria dell'altro ex coniuge.

Le condizioni reddituali dell'altro coniuge possono avere rilievo solo riguardo la seconda ed eventuale fase della quantificazione dell'assegno, a cui si accede solo se la prima si sia positivamente conclusa per chi richiede l'assegno: nella fase del "quantum ", infatti, emergono tutti gli elementi indicati dalla norma («condizioni dei coniugi», «ragioni della decisione», «contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune», «reddito di entrambi») che il giudice valuterà anche in rapporto alla durata del matrimonio al fine di determinare in concreto la misura dell'assegno divorzile.  

Per il riconoscimento dell'assegno divorzile non è dunque sufficiente, come nel caso di specie, che il giudice fondi l'accoglimento della domanda sulla base del mero divario tra le retribuzioni e sull'inadeguatezza dello stipendio percepito dalla donna se raffrontato alla situazione economica in costanza di matrimonio.

Il 17 dicembre 2014 è stato siglato il Protocollo d'Intesa tra il Tribunale Civile di Roma ed il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma per ridurre al massimo il numero dei contenziosi in ordine alle 'spese straordinarie'

  L'intento primario perseguito dal Tribunale di Roma, Sezione famiglia, di concerto con il Foro, è quello di prevedere un assegno di mantenimento il più possibile comprensivo di voci di spesa ordinarie e frequenti, al fine di ridurre le occasioni di richiesta al genitore obbligato e di consentire, altresì, al genitore beneficiario, una corretta ed oculata amministrazione del budget mensile di cui poter disporre.


Passa poi all'elencazione delle spese ricomprese nell'assegno di mantenimento, che include: vitto, abbigliamento, contributo per spese dell'abitazione, spese per tasse scolastiche (eccetto quelle universitarie) e materiale scolastico di cancelleria, mensa, medicinali da banco (comprensivi anche di antibiotici, antipiretici e comunque di medicinali necessari alla cura di patologie ordinarie e/o stagionali), spese di trasporto urbano (tessera autobus e metro), carburante, ricarica cellulare, uscite didattiche organizzate dalla scuola in ambito giornaliero; prescuola, doposcuola e baby sitter se già presenti nell'organizzazione familiare prima della separazione, trattamenti estetici (parrucchiere, estetista).
La determinazione dell'assegno di mantenimento ordinario terrà pertanto conto di tali specifiche spese correnti della famiglia prima della separazione, che sarà quindi opportuno ed importante, per noi legali, indicare in maniera dettagliata negli atti introduttivi affinchè il Tribunale ne possa tenere conto.

Si passa poi all'indicazione delle ....

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